Giuseppe Ciarcià, artista di difficile lettura, spesso criptico talvolta incomprensibile a chi non abbia della storia dell'arte del '900 una conoscenza profonda, non si prefigge di produrre un'arte elitaria, inaccessibile al vasto pubblico; anzi: la sua massima ispirazione di "comunicatore" è -come egli stesso suol dire- che la sua arte sia "compresa dal benzinaio, dal falegname e dal collezionista"; e la sua prima produzione di nature morte e paesaggi era una pittura assolutamente fruibile senza mediazione analitico-critiche, che si distingueva per la capacità esecutiva e la padronanza nella resa di luce e ombre.
Costantemente impegnato nella sperimentazione linguistica e nella ricerca di sempre nuove vie espressive, "artista-filosofo", penzatore ancor prima che operatore visivo.
Giorgio G. Guastella
Il concetto, nelle opere di Ciarcià, prende forma coloristica, catturando l'attenzione del visitatore che vede proiettati nei quadri le paure, gli incubi, i dilemmi, le crisi esistenziali dell'uomo del terzo millennio.
In Giuseppe Ciarcià l'arte diventa mezzo terapeutico, un voler vincere le angosce della vita proiettandole sulla tela, riprendendo così l'antico concetto graco come catarsi.
Gabriella Diocleziano